Esprimo la mia piena condanna per le scritte minacciose comparse sui muri della città nei confronti di personalità del mondo sociale, politico ed imprenditoriale.
Desidero, altresì, criticare fortemente ciò che è accaduto lunedì pomeriggio in Sala del Tricolore, a prescindere dalle responsabilità dei singoli, che dovranno essere accertate nelle sedi opportune: chi ricopre ruoli pubblici, in particolare quelli elettivi, ha il dovere mantenere un atteggiamento decoroso ed adeguato all'incarico svolto.
Non si può chiedere il rispetto delle regole e pretendere fermezza se, con il proprio atteggiamento, ci si comporta in questo modo: che esempio possiamo offrire alla cittadinanza? Il 17 marzo la Sala del Tricolore era gremita di visitatori desiderosi di scoprire il luogo di origine della nostra bandiere, da lì a pochi giorni, in una sorta di surreale contrappasso, si è tramutata in una specie di arena per il pugilato.
Così facendo, peraltro, si è persa un'importante occasione per dimostrare fermezza ed unità d'intenti nel condannare le scritte di cui parlavo in precedenza: una gioia - si fa per dire - per i titolisti dei giornali, un brutto momento per la società reggiana.
martedì 22 marzo 2011
lunedì 14 marzo 2011
Finalmente una presa di posizione ufficiale del Comune di Reggio sulle tubature in cemento/amianto
Con tardiva, ma provvidenziale, responsabilità, l'assessore Ferrari spende parole importanti sulle tubature in cemento/amianto e sulla loro progressiva sostituzione.
L'assessore non dice nulla di più di quanto già previsto in un decreto ministeriale del 1996, ma è bene che l'amministrazione comunale abbia, finalmente, preso una decisione pubblica e non equivoca.
Per quanto riguarda i costi, ritengo che i cittadini reggiani siano disposti ad accettare tariffe più elevate, conseguenti a lavori utili per la loro salute, piuttosto che per dispendiosi, e per fortuna abbandonati, sistemi di raccolta rifiuti.
Relativamente ai privati, è auspicabile che anche lo Stato faccia la sua parte: sull'argomento, sarei curioso di sentire cosa ne pensa Angelo Alessandri, presidente della commissione parlamentare "ambiente, territorio e lavori pubblici", finora abbastanza silente su questo tema così delicato.
L'assessore non dice nulla di più di quanto già previsto in un decreto ministeriale del 1996, ma è bene che l'amministrazione comunale abbia, finalmente, preso una decisione pubblica e non equivoca.
Per quanto riguarda i costi, ritengo che i cittadini reggiani siano disposti ad accettare tariffe più elevate, conseguenti a lavori utili per la loro salute, piuttosto che per dispendiosi, e per fortuna abbandonati, sistemi di raccolta rifiuti.
Relativamente ai privati, è auspicabile che anche lo Stato faccia la sua parte: sull'argomento, sarei curioso di sentire cosa ne pensa Angelo Alessandri, presidente della commissione parlamentare "ambiente, territorio e lavori pubblici", finora abbastanza silente su questo tema così delicato.
giovedì 10 marzo 2011
Tubature in cemento amianto, il dovere della verità
L'acqua è un bene pubblico oggi e sarà un bene pubblico domani, con buona pace di chi promuove referendum in tal senso.
Consiglio ai signori promotori, invece, di prestare maggior attenzione alla qualità dell'acqua più che alla sua pubblicità.
Visto che la salute è un bene costituzionalmente garantito (art. 32 co. 1 Cost.), sarebbe bene che si facesse chiarezza sull'esistenza, ancora oggi, di tubature in cemento amianto, poiché, fino ai primi anni '90, queste erano tutte costruite con tale materiale.
E' risaputo che la pericolosità dell'amianto, in particolare delle sue polveri, è stata accertata solo in tempi relativamente recenti: ciò, tuttavia, dovrebbe fungere da ulteriore stimolo per le pubbliche amministrazioni.
Chiedo, pertanto, che il sindaco Delrio si faccia carico di accertare l'effettivo stato della rete idrica reggiana, ed avanzo la medesima richiesta alla presidente Masini, affinché la inoltri ai sindaci della provincia; le pubbliche amministrazioni, inoltre, si devono attivare nei confronti di IREN, gestore pubblico dell'acqua, perché si assuma l'onere di provvedere a sanare le irregolarità che dovessero essere rivelate.
Se certi problemi esistono, occorre porvi rimedio immediatamente; in caso contrario, per dovere di trasparenza ed informazione, i nostri amministratori hanno il dovere di assumersi le loro responsabilità e spiegarci pubblicamente che la situazione è sotto controllo e che non esistono rischi per la salute.
Consiglio ai signori promotori, invece, di prestare maggior attenzione alla qualità dell'acqua più che alla sua pubblicità.
Visto che la salute è un bene costituzionalmente garantito (art. 32 co. 1 Cost.), sarebbe bene che si facesse chiarezza sull'esistenza, ancora oggi, di tubature in cemento amianto, poiché, fino ai primi anni '90, queste erano tutte costruite con tale materiale.
E' risaputo che la pericolosità dell'amianto, in particolare delle sue polveri, è stata accertata solo in tempi relativamente recenti: ciò, tuttavia, dovrebbe fungere da ulteriore stimolo per le pubbliche amministrazioni.
Chiedo, pertanto, che il sindaco Delrio si faccia carico di accertare l'effettivo stato della rete idrica reggiana, ed avanzo la medesima richiesta alla presidente Masini, affinché la inoltri ai sindaci della provincia; le pubbliche amministrazioni, inoltre, si devono attivare nei confronti di IREN, gestore pubblico dell'acqua, perché si assuma l'onere di provvedere a sanare le irregolarità che dovessero essere rivelate.
Se certi problemi esistono, occorre porvi rimedio immediatamente; in caso contrario, per dovere di trasparenza ed informazione, i nostri amministratori hanno il dovere di assumersi le loro responsabilità e spiegarci pubblicamente che la situazione è sotto controllo e che non esistono rischi per la salute.
martedì 8 marzo 2011
Fondazione Palazzo Magnani, una sfida reggiana
Solo il tempo ci permetterà di giudicare se la sfida rappresentata dalla costituzione della Fondazione Palazzo Magnani è stata vinta.
La mostra su De Chirico - finalmente un grande evento a Reggio - non può rappresentare un punto di arrivo, bensì un punto di partenza.
Il futuro della Fondazione passa attraverso il coinvolgimento di soggetti privati, ma perché ciò accada è necessaria una programmazione artistico/culturale proiettata sul territorio, pianificata con un diretto coinvolgimento degli sponsor.
Occorre che vi sia un giusto connubio fra l'aspetto culturale e quello più strettamente imprenditoriale; la provincia di Reggio Emilia, dal Po al crinale, è ricca di siti interessanti che attendono solo di essere messi a sistema ed inseriti in circuiti più ampi.
Le risorse turistiche legate alla cultura sono praticamente illimitate, non essendo mai state sondate in modo organico.
Palazzo Magnani deve fungere da richiamo per gli eventi maggiori, e da amplificatore per quelli organizzati dalle amministrazioni locali nei singoli comuni.
Fondamentale, però, è una visione d'insieme dell'offerta turistico/culturale, ed è questo il vero banco di prova della Fondazione.
I grandi eventi sono certamente importantissimi, come sostengo da tempo, ma è basilare che questi abbiano una ricaduta positiva anche nel corso dell'anno, altrimenti rischiano di produrre lo stesso effetto della luna piena nel cielo notturno, che copre le stelle con il suo chiarore, lasciandone solo intuire la presenza.
Lontano dalle manifestazioni principali, si lancino artisti emergenti, si crei un laboratorio culturale, si consenta ai giovani artisti di esporre negli stessi locali dove si sono tenute mostre di respiro internazionale, e lo si faccia con costanza.
Nel frattempo, la Fondazione e la Provincia, unitamente ai privati, si dovrebbero attivare per realizzare un compiuto progetto turistico/culturale che coinvolga, in modo omogeneo, il maggior numero di soggetti, di concerto con altre istituzioni (penso non solo ai singoli comuni reggiani, ma anche a quelli parmigiani, modenesi, lombardi ed alla regione Emilia Romagna), così da inserirsi organicamente e, per l'appunto, sistematicamente in ambiti ben più ampi di quello provinciale.
Il mio personale auspicio è che il nominando comitato scientifico della Fondazione possa essere rappresentato da personalità di spicco della cultura, reggiana e non, scelte esclusivamente in forza delle loro competenze, onde sgombrare il campo da prevedibili considerazioni, che abbiano piena autonomia nelle loro decisioni.
Visto quel che accade da anni a livello nazionale, l'unica strada veramente percorribile perché la proposta culturale non venga ridimensionata è quella di un rapporto sempre più stretto fra pubblico e privato, ma c'è bisogno di un progetto serio e non autoreferenziale, altrimenti la sfida di cui parlavo in premessa è destinata ad essere persa in partenza.
Noi siamo pronti a collaborare, a confrontarci ed a portare il nostro contributo senza alcun pregiudizio, oltrepassando stantie logiche ideologiche: la nascita della Fondazione è un momento di svolta non per la politica reggiana, ma per tutta la nostra comunità, un'occasione che non può andare sprecata.
martedì 8 febbraio 2011
Le croniche carenze del Tribunale di Reggio Emilia
Dall'uff. stampa FLI Reggio Emilia
"Lucida ed equilibrata". Così il capogruppo di Fli in Consiglio provinciale, Tommaso Lombardini, giudica l'analisi di Francesco Caruso sul Tribunale di cui è da poco diventato presidente.
"I problemi del nostro Tribunale sono ormai arcinoti ma, nonostante gli impegni assunti dai vari governi che si sono succeduti alla guida della nazione, non è stato fatto sostanzialmente nulla per migliorarne le condizioni; purtroppo - rimarca Lombardini - la politica non si è mai occupata di una necessaria riforma della giustizia, in grado di migliorare la qualità del servizio offerto ai cittadini, ma va lodato il fatto che Caruso, riferendosi alle lungaggini di alcune indagini in ambito penale, non abbia voluto trincerarsi dietro comode giustificazioni, assumendo, così, parte della responsabilità dei problemi".
Secondo Lombardini, quindi, "è giusto l'invito di Caruso ai parlamentari reggiani di verificare sul campo la realtà del nostro palazzo di giustizia" e lancia una provocazione: "Anziché presentarsi in pompa magna, i rappresentanti del popolo nominati in parlamento vengano una mattina alle 8 e si mischino alla fila per prendere i numeri per accedere alle cancellerie e passino un'intera mattinata in coda davanti agli uffici, come dobbiamo fare noi che per lavoro siamo spesso in Tribunale, o come qualunque cittadino che abbia bisogno di prendere visione di documenti: in questo modo si renderebbero conto di quali sono le reali difficoltà di chi opera nel settore".
"E comunque - conclude Lombardini - i veri penalizzati, come sempre, sono i comuni cittadini, che vedono negato il loro diritto ad una giustizia certa e veloce".
"Lucida ed equilibrata". Così il capogruppo di Fli in Consiglio provinciale, Tommaso Lombardini, giudica l'analisi di Francesco Caruso sul Tribunale di cui è da poco diventato presidente.
"I problemi del nostro Tribunale sono ormai arcinoti ma, nonostante gli impegni assunti dai vari governi che si sono succeduti alla guida della nazione, non è stato fatto sostanzialmente nulla per migliorarne le condizioni; purtroppo - rimarca Lombardini - la politica non si è mai occupata di una necessaria riforma della giustizia, in grado di migliorare la qualità del servizio offerto ai cittadini, ma va lodato il fatto che Caruso, riferendosi alle lungaggini di alcune indagini in ambito penale, non abbia voluto trincerarsi dietro comode giustificazioni, assumendo, così, parte della responsabilità dei problemi".
Secondo Lombardini, quindi, "è giusto l'invito di Caruso ai parlamentari reggiani di verificare sul campo la realtà del nostro palazzo di giustizia" e lancia una provocazione: "Anziché presentarsi in pompa magna, i rappresentanti del popolo nominati in parlamento vengano una mattina alle 8 e si mischino alla fila per prendere i numeri per accedere alle cancellerie e passino un'intera mattinata in coda davanti agli uffici, come dobbiamo fare noi che per lavoro siamo spesso in Tribunale, o come qualunque cittadino che abbia bisogno di prendere visione di documenti: in questo modo si renderebbero conto di quali sono le reali difficoltà di chi opera nel settore".
"E comunque - conclude Lombardini - i veri penalizzati, come sempre, sono i comuni cittadini, che vedono negato il loro diritto ad una giustizia certa e veloce".
martedì 1 febbraio 2011
Mala tempora currunt sed peiora parantur, o la democrazia dell'insultanza
Per l'Italia e per chi ha la sventura di essere appassionato di politica non è un bel momento.
Ho da poco finito di leggere un libro di Vespa sui dieci anni che hanno sconvolto l'Italia, quelli, per intenderci, fra il 1989 ed il 2000 e che hanno visto, in rapida serie, il crollo del muro di Berlino, tangentopoli, la fine del pentapartito, la scomparsa della DC e la conseguente diaspora dei cattolici impegnati in politica, la fuga - o l'esilio, a seconda dei punti di vista - di Craxi, i suicidi eccellenti, l'annichilimento di un'intera classe dirigente, la nascita di una seconda repubblica (per la verità, a distanza di anni, è lecito pensare che si sia voluto coniare questo termine per una colossale e nazionale lavata di coscienze: la carta costituzionale, infatti, non è mai stata cambiata, e la sola introduzione di un diverso sistema elettorale, maggioritario anziché proporzionale, non era sufficiente a dar vita ad una fase nuova e diversa dello Stato, ma la voglia di voltar pagina prevalse su tutto), la discesa in campo di Berlusconi, i cosiddetti postcomunisti e postfascisti (per usare un semplicistico lessico tardo novecentesco) al governo della nazione, l'avanzata della Lega, l'ingresso nell'euro.
Tutto partì dalla repulsione popolare per un sistema corrotto e concusso (a seconda dei casi): gli italiani si sentirono traditi da una classe politica che, ai loro occhi, aveva realmente oltrepassato i limiti della decenza.
Non esiste popolo più disposto al perdono del nostro, ma non esiste popolo altrettanto pronto alle esecuzioni di massa come quello italiano: tutti sapevamo che i nostri politici non erano immuni da difetti che, tuttavia, gli venivano perdonati per svariati motivi, dall'italico quieto vivere, al fatto predominante che, negli anni '80, esistevano una ricchezza diffusa ed una fiducia nel futuro che erano in grado di sopire ben più di qualche malumore.
Crollò il muro, e con esso tutto un sistema: da lì è cambiata la storia, dell'Europa e dell'Italia.
L'intangibilità di un sistema era stata abbattuta in una sola notte di novembre, trovando impreparati al cambiamento (quasi) tutti i politici italiani. Ciò che seguì, fu solo l'inizio di una rivoluzione bianca.
Trascorsi dieci anni da quei fatti, cos'è cambiato?
Se si parla di bicamerale, si fa riferimento, nell'ordine: a) a qualche casa regalata/prestata/comprata da amici e parenti a uomini politici; b) qualche segreta camera delle residenze del premier; c) una leggenda di metà anni '90.
Se qualcuno, per errore, parla di presidenzialismo o semipresidenzialismo viene fissato come se fosse un mostro (nell'accezione latina del termine).
Parlando di stato sociale, c'è chi guarda l'atlante cercando questa strana nazione dal nome italiano (sarà tradotto? Magari era in URSS ed ora è una repubblica autonoma).
Senso dello stato e rispetto delle istituzioni assomigliano sempre più a racconti di un'altra era... geologica, non politica.
A questo generale sfacelo si è aggiunto un ulteriore problema, e cioè che l'equilibrio fra i vari poteri dello stato è assai più precario rispetto al passato: senza immunità parlamentare, giudiziario e legislativo/esecutivo sono perennemente l'un contro l'altro armati.
Ricordate com'è finì l'ultimo governo Prodi? E' curioso che Berlusconi non sia mai caduto (finora) per le mille inchieste su di lui, mentre il centrosinistra sia andato a casa per un'indagine su un suo ministro (guarda caso, della Giustizia, e scordiamoci per un attimo che si trattava di Mastella, poi riciclato nel PDL...).
Che significa tutto ciò?
In primo luogo, che, come detto, il rapporto fra i poteri dello stato è ben lungi dall'essere equilibrato: non so chi e quando ci sarà dopo Berlusconi , ciò che so è che il conflitto permarrà ancora a lungo, con grave danno per tutti.
E' quasi pleonastico affermare che la guerra istituzionale fra il premier e la magistratura non giova certamente a creare le basi per una riforma, assolutamente necessaria, della giustizia; per onor di cronaca e dovere di verità, giova ricordare che questa benedetta riforma non è mai stata realizzata nemmeno dai governi del centrosinistra che si sono succeduti negli anni (che, per inciso, avrebbero avuto anche la possibilità di risolvere il problema del famigerato conflitto di interessi di Berlusconi, senza mai far seguire i fatti alle parole: a predicare sono capaci tutti, ma quando si tratta di concretizzare sono dolori per tutti, specie a sinistra).
In secondo luogo, che è ora facile accusare Berlusconi di tutti i mali di questo paese, ma questo è davvero troppo semplice ed autogiustificatorio.
Il punto è che, in questi anni, le nostre coscienze sono state temporaneamente narcotizzate e, da buoni italiani, abbiamo accettato passivamente le storture di un sistema che ha affossato i principi di meritocrazia e responsabilità, celebrando il trionfo dell'apparire sull'essere: in fondo, i nostri interessi non erano messi a rischio, per cui non valeva la pena di intervenire.
Anch'io sento di non aver fatto abbastanza per impedire questa deriva e, nel mio piccolo, avverto la responsabilità di aver lasciato che il superamento delle ideologie novecentesche si trasformasse non solo in un continuo scontro fra blocchi politici, ma anche in un vero e proprio referendum su di una persona: da noi, infatti, più che di democrazia dell'alternanza è più opportuno parlare, mi si passi il neologismo, di democrazia dell'insultanza (frutto della crasi fra insulto e alternanza), dove una parte è il male e l'altra il bene, in un bicromatismo manicheo degno di miglior sorte.
Nonostante ciò, è ancora possibile invertire questa tendenza.
Gli italiani hanno risorse straordinarie, hanno la capacità di saper tirar fuori il meglio da loro stessi anche quando tutto sembra perduto ovvero irrimediabilmente compromesso, ma qualcuno deve assumersi l'onore, oggi ingrato, di ridestarli dal torpore in cui sono caduti.
Il tempo del risveglio è arrivato, nel 150° anniversario dell'unità di Italia dobbiamo riscoprire quei valori che hanno fatto di noi un grande popolo, pur con tutte le nostre contraddizioni ed i nostri difetti.
L'Italia è nata per unire ed è ora che gli italiani si dimostrino degni della loro nazione e di tutti i grandi che ne hanno fatto la storia attraverso i secoli, o davvero il futuro che ci si prospetta sarà peggiore di questo già triste presente.
Ho da poco finito di leggere un libro di Vespa sui dieci anni che hanno sconvolto l'Italia, quelli, per intenderci, fra il 1989 ed il 2000 e che hanno visto, in rapida serie, il crollo del muro di Berlino, tangentopoli, la fine del pentapartito, la scomparsa della DC e la conseguente diaspora dei cattolici impegnati in politica, la fuga - o l'esilio, a seconda dei punti di vista - di Craxi, i suicidi eccellenti, l'annichilimento di un'intera classe dirigente, la nascita di una seconda repubblica (per la verità, a distanza di anni, è lecito pensare che si sia voluto coniare questo termine per una colossale e nazionale lavata di coscienze: la carta costituzionale, infatti, non è mai stata cambiata, e la sola introduzione di un diverso sistema elettorale, maggioritario anziché proporzionale, non era sufficiente a dar vita ad una fase nuova e diversa dello Stato, ma la voglia di voltar pagina prevalse su tutto), la discesa in campo di Berlusconi, i cosiddetti postcomunisti e postfascisti (per usare un semplicistico lessico tardo novecentesco) al governo della nazione, l'avanzata della Lega, l'ingresso nell'euro.
Tutto partì dalla repulsione popolare per un sistema corrotto e concusso (a seconda dei casi): gli italiani si sentirono traditi da una classe politica che, ai loro occhi, aveva realmente oltrepassato i limiti della decenza.
Non esiste popolo più disposto al perdono del nostro, ma non esiste popolo altrettanto pronto alle esecuzioni di massa come quello italiano: tutti sapevamo che i nostri politici non erano immuni da difetti che, tuttavia, gli venivano perdonati per svariati motivi, dall'italico quieto vivere, al fatto predominante che, negli anni '80, esistevano una ricchezza diffusa ed una fiducia nel futuro che erano in grado di sopire ben più di qualche malumore.
Crollò il muro, e con esso tutto un sistema: da lì è cambiata la storia, dell'Europa e dell'Italia.
L'intangibilità di un sistema era stata abbattuta in una sola notte di novembre, trovando impreparati al cambiamento (quasi) tutti i politici italiani. Ciò che seguì, fu solo l'inizio di una rivoluzione bianca.
Trascorsi dieci anni da quei fatti, cos'è cambiato?
Se si parla di bicamerale, si fa riferimento, nell'ordine: a) a qualche casa regalata/prestata/comprata da amici e parenti a uomini politici; b) qualche segreta camera delle residenze del premier; c) una leggenda di metà anni '90.
Se qualcuno, per errore, parla di presidenzialismo o semipresidenzialismo viene fissato come se fosse un mostro (nell'accezione latina del termine).
Parlando di stato sociale, c'è chi guarda l'atlante cercando questa strana nazione dal nome italiano (sarà tradotto? Magari era in URSS ed ora è una repubblica autonoma).
Senso dello stato e rispetto delle istituzioni assomigliano sempre più a racconti di un'altra era... geologica, non politica.
A questo generale sfacelo si è aggiunto un ulteriore problema, e cioè che l'equilibrio fra i vari poteri dello stato è assai più precario rispetto al passato: senza immunità parlamentare, giudiziario e legislativo/esecutivo sono perennemente l'un contro l'altro armati.
Ricordate com'è finì l'ultimo governo Prodi? E' curioso che Berlusconi non sia mai caduto (finora) per le mille inchieste su di lui, mentre il centrosinistra sia andato a casa per un'indagine su un suo ministro (guarda caso, della Giustizia, e scordiamoci per un attimo che si trattava di Mastella, poi riciclato nel PDL...).
Che significa tutto ciò?
In primo luogo, che, come detto, il rapporto fra i poteri dello stato è ben lungi dall'essere equilibrato: non so chi e quando ci sarà dopo Berlusconi , ciò che so è che il conflitto permarrà ancora a lungo, con grave danno per tutti.
E' quasi pleonastico affermare che la guerra istituzionale fra il premier e la magistratura non giova certamente a creare le basi per una riforma, assolutamente necessaria, della giustizia; per onor di cronaca e dovere di verità, giova ricordare che questa benedetta riforma non è mai stata realizzata nemmeno dai governi del centrosinistra che si sono succeduti negli anni (che, per inciso, avrebbero avuto anche la possibilità di risolvere il problema del famigerato conflitto di interessi di Berlusconi, senza mai far seguire i fatti alle parole: a predicare sono capaci tutti, ma quando si tratta di concretizzare sono dolori per tutti, specie a sinistra).
In secondo luogo, che è ora facile accusare Berlusconi di tutti i mali di questo paese, ma questo è davvero troppo semplice ed autogiustificatorio.
Il punto è che, in questi anni, le nostre coscienze sono state temporaneamente narcotizzate e, da buoni italiani, abbiamo accettato passivamente le storture di un sistema che ha affossato i principi di meritocrazia e responsabilità, celebrando il trionfo dell'apparire sull'essere: in fondo, i nostri interessi non erano messi a rischio, per cui non valeva la pena di intervenire.
Anch'io sento di non aver fatto abbastanza per impedire questa deriva e, nel mio piccolo, avverto la responsabilità di aver lasciato che il superamento delle ideologie novecentesche si trasformasse non solo in un continuo scontro fra blocchi politici, ma anche in un vero e proprio referendum su di una persona: da noi, infatti, più che di democrazia dell'alternanza è più opportuno parlare, mi si passi il neologismo, di democrazia dell'insultanza (frutto della crasi fra insulto e alternanza), dove una parte è il male e l'altra il bene, in un bicromatismo manicheo degno di miglior sorte.
Nonostante ciò, è ancora possibile invertire questa tendenza.
Gli italiani hanno risorse straordinarie, hanno la capacità di saper tirar fuori il meglio da loro stessi anche quando tutto sembra perduto ovvero irrimediabilmente compromesso, ma qualcuno deve assumersi l'onore, oggi ingrato, di ridestarli dal torpore in cui sono caduti.
Il tempo del risveglio è arrivato, nel 150° anniversario dell'unità di Italia dobbiamo riscoprire quei valori che hanno fatto di noi un grande popolo, pur con tutte le nostre contraddizioni ed i nostri difetti.
L'Italia è nata per unire ed è ora che gli italiani si dimostrino degni della loro nazione e di tutti i grandi che ne hanno fatto la storia attraverso i secoli, o davvero il futuro che ci si prospetta sarà peggiore di questo già triste presente.
sabato 22 gennaio 2011
Morìa di negozi al quartiere Orologio, le responsabilità del Comune
Inoltrato dall'uff. stampa di FLI Reggio Emilia
"Il problema non è nuovo: da anni il piccolo commercio soffre la presenza dei grandi centri commerciali, sempre più esercizi sono costretti ad abbassare le serrande; quello che è accaduto nel quartiere Orologio è paradigmatico delle politiche adottate in questo senso dall'amministrazione comunale". Lo afferma il capogruppo provinciale di Futuro e Libertà, Tommaso Lombardini, che non risparmia critiche al Comune "colpevole di favorire in ogni modo i grandi centri commerciali a spese delle piccole realtà che tengono in vita la città e in particolare il suo centro storico".
"Una politica - prosegue Lombardini - che trova la sua conferma nel Piano strutturale comunale in via di approvazione come ha giustamente denunciato la presidente provinciale di Confcommercio Donatella Prampolini. Sono al contrario di una gravità estrema le parole dell'assessore al Commercio Natalia Maramotti secondo la quale la decisione di chiudere i punti vendita dell''Orologio è solo ed esclusivamente delle imprese. Ricordiamo all'assessore, anche se siamo convinti che lo sappia benissimo, che quando ci sono politiche deliberate che mirano a colpire in ogni modo un sistema veramente concorrenziale, le piccole imprese soccombono. Non si può certo parlare di libera scelta".
"Il problema non è nuovo: da anni il piccolo commercio soffre la presenza dei grandi centri commerciali, sempre più esercizi sono costretti ad abbassare le serrande; quello che è accaduto nel quartiere Orologio è paradigmatico delle politiche adottate in questo senso dall'amministrazione comunale". Lo afferma il capogruppo provinciale di Futuro e Libertà, Tommaso Lombardini, che non risparmia critiche al Comune "colpevole di favorire in ogni modo i grandi centri commerciali a spese delle piccole realtà che tengono in vita la città e in particolare il suo centro storico".
"Una politica - prosegue Lombardini - che trova la sua conferma nel Piano strutturale comunale in via di approvazione come ha giustamente denunciato la presidente provinciale di Confcommercio Donatella Prampolini. Sono al contrario di una gravità estrema le parole dell'assessore al Commercio Natalia Maramotti secondo la quale la decisione di chiudere i punti vendita dell''Orologio è solo ed esclusivamente delle imprese. Ricordiamo all'assessore, anche se siamo convinti che lo sappia benissimo, che quando ci sono politiche deliberate che mirano a colpire in ogni modo un sistema veramente concorrenziale, le piccole imprese soccombono. Non si può certo parlare di libera scelta".
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